Goffredo
Villa
PRESENTAZIONE
Con questo ricordo di Goffredo Villa
abbiamo voluto continuare ad assolvere, almeno in parte,
al nostro compito di ex partigiani sopravvissuti; raccogliere
informazioni per ricordare alcuni di coloro che, durante
la Resistenza, immolarono la propria vita alla Patria
per riscattarla dalla vergogna fascista e liberarla
dal giogo dell'occupante tedesco.
Il loro sacrificio permise il ritorno alla Libertà,
alla Democrazia e alla Dignità ad un popolo che
era stato soggiogato per vent'anni dalla dittatura fascista
con il benestare dei Savoia.
Un popolo che era stato mandato infine allo sbaraglio
in guerre di conquista che furono causa di lutti, di
distruzioni fisiche e morali immani.
Un popolo che dovette subire la tragica vicenda seguita
all'armistizio dell'8 settembre 1943, quando il re fuggì
nottetempo al sud e gli alti gradi militari si misero
in salvo, senza preoccuparsi minimamente dell'esercito.
L'Italia del centro-nord e centinaia di migliaia di
uomini in divisa si trovarono in balia dei tedeschi
e dei loro servi fascisti che daranno poi vita alla
tragicomica repubblica di Salò.
In questi tragici frangenti, uomini come Goffredo Villa
non ebbero tentennamenti, e furono tra i primi a scegliere
di combattere, fino all'estremo sacrificio, contro chi
aveva trascinato l'Italia nel baratro.
In quest'epoca di smarrimento politico e morale, in
cui si tenta di rimuovere i valori della Resistenza,
di considerare i caduti partigiani e fascisti alla stessa
stregua, di riconoscere ai fascisti della repubblica
di Salò il titolo di combattenti per "l'onore
dell'Italia", è più che mai doveroso
ricordare personaggi come Goffredo Villa.
Egli morì per combattere la dittatura nazifascista,
per combattere coloro che avevano promosso le leggi
razziali, per combattere coloro che eliminarono nei
campi di sterminio milioni di ebrei, di slavi, di dissidenti
politici.
Chi combattè per queste motivazioni, combattè
per il riscatto e "l'onore dell'Italia", chi,
per queste motivazioni morì, morì per
una "causa giusta".
Questo nostro piccolo contributo è rivolto particolarmente
ai giovani, perché attraverso il ricordo del
sacrificio di un giovane di allora, non ancora ventiduenne,
possano conoscere e meditare su quel periodo storico.
Conoscere la storia del nostro passato, è l'unica
garanzia contro gli imbonitori e i falsi maestri.
I valori della Resistenza non devono essere dimenticati,
la democrazia è un bene troppo prezioso e va
continuamente difesa.
25 Aprile 2002
Sezione A.N.P.I. di Sezione A.N.P.I.
di
Favria e Oglianico Valperga e Pertusio
(Martino Gatta Michelet) (Giovanni Giolitto)
RINGRAZIAMENTI
– Alla sig.ra Carmina Villa
(Milena) sorella di Goffredo, per aver concesso l'intervista
alla signora Laura Doglione, estate 2000, e per aver
reso disponibili documenti, fotografie e lettere del
fratello.
– Alla sig.ra Laura Doglione per aver curato la
stesura della presente pubblicazione.
– Al sig. Lino Fogliasso per la biografia di Goffredo
Villa dal titolo "Un martire ritrovato", (novembre
1999) pubblicata su "Il Canavesano 2001".
– Ai sigg. Elio e Ezio Novascone per aver reso
disponibili i documenti del loro archivio.
– All'Istituto Storico della Resistenza in Liguria.
GOFFREDO VILLA - Un martire
ritrovato
Da " Il Canavesano 2001" la parte introduttiva
della biografia del partigiano Goffredo Villa, a cura
di Lino Fogliasso:
Una tra le più importanti vie
di Valperga, quella che conduce al complesso delle scuole
Elementari e Medie, è intitolata a Goffredo Villa.
Da diverso tempo lo scrivente e altre persone si sono
chieste chi fosse Goffredo Villa. Le richieste di informazioni,
rivolte ai più anziani, non avevano avuto risposte,
anzi contribuivano ad aumentare ulteriormente la curiosità
di molti.
Le ricerche continuarono con la consultazione dell'archivio
comunale, ma esse diedero scarsi risultati. Si rinvenne
solamente una deliberazione del Consiglio Comunale del
1962, in cui si scopriva che la toponomastica era variata
nel 1945, senza l'adozione di alcun atto deliberativo,
pertanto si confermavano in sanatoria le denominazioni
avvenute.
Le variazioni erano riportate in un apposito elenco,
senza alcuna motivazione, e nel caso specifico di via
Villa, la delibera si limitava ad elencare freddamente
che "via Cernaia" era stata sostituita con
"via Goffredo Villa".
Era comunque un'informazione interessante, dal documento
si veniva a sapere che la variazione era successiva
alla Liberazione e quindi molto probabilmente Goffredo
Villa era un personaggio legato alla Resistenza. Si
ricercarono ulteriori informazioni tra gli ex partigiani,
sia di Valperga, sia di altri paesi vicini, ma purtroppo
sempre con esito negativo.
Ci trovavamo di fronte ad un emblematico caso di perdita
della memoria collettiva. Cinquant'anni erano stati
sufficienti per dimenticare l'identità di una
persona a cui era stata intitolata una delle più
importanti vie di Valperga.
La curiosità aumentava e le richieste di informazioni
venivano avanzate sempre più insistentemente
finchè, grazie alla signora Ninel, figlia di
un noto antifascista canavesano, il geometra Domenico
Cibrario, venimmo a sapere che Goffredo Villa era un
caduto partigiano genovese, figlio di una valperghese
e che a Genova viveva ancora una sua sorella di nome
Carmina.
Finalmente si aprì uno spiraglio; la signora
Carmina Villa venne contattata telefonicamente e si
ebbero le prime notizie sul fratello Goffredo. Nel settembre
scorso (settembre 1998) la signora si trasferì
a Valperga e fu più agevole disporre della documentazione
necessaria per delineare questa splendida figura di
un Martire per la Libertà. ...
Da un'intervista alla signora
Carmina (Milena) Villa effettuata nell'estate 2000,
a cura di Laura Doglione:
Mio Fratello Goffredo, di due anni
più vecchio, nacque a Genova l'8 agosto 1922.
Nostro padre Francesco era genovese, la mamma Maria
Colombatto era di Valperga.
Con Goffredo trascorrevamo l'estate nella quiete della
campagna valperghese, nella casa dei nonni materni,
in località Trucchi-Lago ai piedi della collina
di Belmonte. Io in famiglia anziché Carmina venivo
chiamata Milena.
Goffredo, era un ragazzo dolce e mite, di grande onestà,
assorbì molto l'influsso positivo della figura
paterna. Anche se papà morì quando noi
eravamo ancora ragazzi, io avevo dieci anni e Goffredo
dodici, il ricordo di un uomo retto, che non militava
in alcun partito politico, ma che era stato sin dall'inizio
antifascista, costituì un modello, un esempio
morale che influenzò anche le scelte più
difficili di Goffredo.
"Siamo governati dai topi", amava ripetere
papà, alludendo ai fascisti.
E Goffredo, divenuto studente alla facoltà di
Legge dell'università di Genova, aderì
al Partito Comunista, una delle poche organizzazioni
in grado di condurre l'opposizione al regime.
Nel 1941 gli fu affidato il compito
di organizzare le cellule portuali del P.C.I., e la
sua abilità unita al rigore morale lo fece entrare
a far parte del Direttivo Comunista genovese, insieme
agli amici Giacomo Buranello e Walter Fillak, compagni
di università, che lo affiancavano nell'attività
politica e di propaganda clandestina.
Io ero impiegata all'Ansaldo, facevo da tramite fra
i tre. Noi abitavamo nel quartiere di Castelletto, i
compagni di Goffredo invece a Sampierdarena. Portavo
messaggi dall'uno agli altri, da Sampierdarena a casa,
ignara del contenuto dei fogli, credendoli semplici
scambi di materiale di studio. Buranello era per me
soltanto un amico di Goffredo, lo chiamavo confidenzialmente
Giacomino. Venivo tenuta all'oscuro della loro attività
politica per preciso volere di Goffredo, che desiderava
lasciarmi al sicuro, fuori da ogni possibile rischio:
in tali circostanze, meno si sapeva meglio era.
Nemmeno la mamma era al corrente del ruolo di Goffredo
nel P.C.I.; si voleva evitarle pene e preoccupazioni.
Dalla pubblicazione "Cenni
biografici dei partigiani Marozzelli e Villa" a
cura della sezione genovese del P.C.I. - Marozzelli-Villa
(Archivio dell'Istituto Storico della Resistenza in
Liguria) :
Verso la fine del 1941, membro del
Partito Comunista, organizza le cellule portuali con
l'operaio Saverio De Palo (Caduto partigiano "Macchi"-
Cabella Ligure, 12/44).
Entrato in contatto con gli studenti universitari Giacomo
Buranello e Walter Fillak, fa parte del Centro Studi
Marxisti; per le sue qualità organizzative delegato
nelle provincie di Torino, Alessandria e Aosta, fino
alla chiamata alle armi in servizio sedentario (ottobre
1941) alla caserma di Bolzaneto.
In seguito alla grossa retata (ottobre 1942) del direttivo
del Partito Comunista genovese è arrestato nel
novembre 1942 e deferito al Tribunale Speciale per la
difesa dello Stato (carceri di Marassi, Chiavari, Regina
Coeli).
Liberato alla fine dell'agosto 1943, dopo la caduta
del fascismo (25 luglio '43), tra i primi a costituire
il Fronte della Gioventù (settembre 1943) della
provincia di Genova, quale addetto militare, di cui
è ardente animatore, e le prime bande armate
cittadine, autore di azioni di sabotaggio ad impianti
e di disturbo contro automezzi tedeschi; tra i protagonisti,
nel GAP (Gruppi Azione Partigiana), di azioni nel centro
e nelle delegazioni contro noti squadristi ed ufficiali
tedeschi.
Si sposta rapidamente da un punto all'altro della città,
cambia sempre domicilio per sfuggire ai pedinamenti.
Da ultimo, braccato, si vale dei segnali di allarme
aereo per avere liberi i movimenti nei collegamenti,
lo smistamento della stampa per le varie zone, il trasporto
di armi (compito che svolge spesso durante i bombardamenti
alleati, lontano dai rifugi che sono sorvegliati).
Sfuggito all'arresto, raggiunge in montagna, ai primi
di febbraio del 1944, gli sparuti distaccamenti della
III Brigata Liguria, operante ai confini della provincia
di Genova. Vice commissario della brigata, il 25 febbraio
1944, nei pressi dei laghi della Lavagnina è
circondato durante una missione di pattuglia avanzata
con un altro partigiano (il commissario Rino Mandoli)
da una trentina di militi, fatto prigioniero, percosso,
condotto nel carcere di Alessandria gli viene sequestrato
il denaro affidatogli dal comando, in attesa della condanna
a morte.
Informato della cattura, il questore Veneziani, sospende
l'esecuzione ordinando la traduzione del partigiano
al fine di conoscere la consistenza del movimento partigiano
genovese. Sottoposto, nella Questura di Genova, a continui
interrogatori che non approdano a nulla, con stratagemma
salva il denaro partigiano sequestratogli nel rastrellamento
(la madre, avvertita clandestinamente, si presenta in
Questura a reclamare quella somma come sua). Viene rinchiuso
nelle guardine della Questura a disposizione dell'Ufficio
Politico della stessa.
Ai primi di giugno 1944, in occasione dell'amnistia
della Repubblica Sociale Italiana per gli "sbandati",
viene richiamato in Questura dal Veneziani allo scopo
evidente di indagare ancora sul movimento della Resistenza,
gli è offerto di entrare nell'esercito repubblichino;
sprezzante e irremovibile risponde che preferisce rimanere
ostaggio. Scarcerato subito dopo contro la sua volontà,
minacciato di rappresaglie contro la madre e la sorella
in caso di fuga, è avviato al distretto militare
di Genova, caserma Mura delle Capuccine come telefonista.
Avvicinato nei giorni seguenti da giovani compagni di
lotta, fa noto il suo avvilimento per la divisa e si
dispera. Incoraggiato a resistere a questa ignominia
riprende i contatti con la centrale clandestina che
lo consiglia di sospendere ogni attività per
qualche tempo, espone il piano che viene accettato:
portare maggior danno possibile all'organizzazione fascista.
...
Del periodo trascorso in carcere,
ottobre 1942-agosto 1943, si conoscono tre lettere di
Goffredo Villa che sono state pubblicate in: "Lettere
di antifascisti dal carcere e dal confino" vol.
II, pp. 582-586. Editori Riuniti. 1962:
Genova, 2 gennaio 1943
Carissima mamma e Milena, vi do notizie della mia salute
e sono lieto di poter affermare che sto benissimo. Spero
che pure tu, Milena ed Ernesto stiate bene.
Non ti devi quindi preoccupare della sorte che mi è
toccata poiché la prigione non è poi una
cosa brutta quando si fa. Qui le giornate le passo calmo,
tranquillo e sereno; sicuro soprattutto che quanto prima
ritornerò ad abbracciarvi tutti ed a ringraziarvi
per il costante interessamento che avete avuto per me
Cara mamma, ti prego, non rimproverare tuo figlio se
è in prigione; sappi che non tutti quelli che
sono in carcere sono dei delinquenti. Sappi soprattutto
che benchè in prigione terrò sempre in
alto il nome che mi hai dato.
Ciò che vi chiedo soprattutto è che siate
forti per sopportare questa brutta ma breve parentesi
della nostra vita ...
Io mi trovo in cella insieme a due brave persone e passiamo
le giornate in allegria. Ho molti giornali e libri per
passare il tempo ... Probabilmente sarò trasferito
da Genova, ma ciò non importa perchè ovunque
mi mandino il trattamento sono sicuro che sarà
buono come qui. Mi sono cambiato e domani lascerò
alla porta la mia biancheria sporca, ti prego di farla
ritirare.
Per tutti, dì che sono stato trasferito da militare
e che saluto tutti.
Cara Milena, ti prego di confortare la mamma e di farle
capire che ritornerò presto. Voglile bene anche
per me, che trovandomi lontano da lei sento quanto bene
abbia sempre fatto per noi, e quanto ingiusti siamo
stati verso di lei. Dì a Ernesto che lo ringrazio
ancora una volta per ciò che ha fatto. Guarda
che la mamma si curi sempre e pensi soprattutto alla
sua salute e se anche spenderà soldi noi che
siamo giovani sapremo nuovamente rimetterli da parte...
Chiavari, 20 febbraio 1943
Carissima mamma, sono spiacente di non aver ancora ricevuto
una vostra lunga lettera e l'attendo con impazienza.
Qui in quanto alla posta è un disastro. Le lettere
prima che partano e che arrivino ci passano settimane.
Non ti inquietare quindi se qualche volta le mie notizie
ti arrivano con ritardo. Come già ti dissi in
altre mie precedenti, qui ad eccezione di prima sono
stato messo nella zona di grande sorveglianza e per
di più isolato.
Sono stato alcuni giorni solo e mi annoiavo terribilmente.
Ora per fortuna sono insieme ad un inglese e ad un francese.
Sono più contento perché le ore mi passano
più veloci. Sono persone molto educate e pulite
così che ci comportiamo bene a vicenda. Per passare
il tempo ho dei buoni libri ed imparo il francese. Ho
già fatto progressi notevoli ..
Roma, 13 agosto 1943
Cara mamma e Milena ...La cosa più gradita che
ho letto è quella in cui mi assicurate che state
bene, specialmente tu, mamma, alla cui salute ho pensato
sempre in modo particolare. In quanto a me, come già
vi dissi, sto abbastanza bene, solo ho avuto qualche
settimana fa un po' di febbre, forse influenza. Ormai
però mi sono rimesso e non avete nulla da preoccuparvi,
è stata una cosa così leggera che è
durata un giorno e una sola notte.
Durante questa mia indisposizione ho avuto dai miei
compagni tutti gli aiuti materiali e morali che era
nelle loro possibilità darmi. Essi si sono prodigati
ed interessati per farmi in un primo tempo scomparire
la febbre e poi, raccogliendo più roba possibile
da tutte le celle, per farmi rimettere subito. Ed infatti
è da parecchi giorni che mi sono ristabilito
completamente. Dunque ancora una volta vi prego di non
preoccuparvi per una cosa ormai passata, totalmente
superata. Pure per me è intensa la gioia nell'aver
saputo l'annuncio della mia scarcerazione, solo non
bisogna precipitare le cose (come mi ero illuso pure
io in un primo momento) dato che a tutt'oggi non mi
è ancora stato possibile sapere con sicurezza
in che modo e quando verrà questa tanto attesa
liberazione.
Fra le tante voci ce n'è una, che credo sia la
più attendibile, la quale dice che le cose dovranno
procedere non più sotto l'ex tribunale speciale;
passeremo alle dipendenze di un tribunale militare della
propria città. Questo viene fatto per trattenere
e giudicare quelli che hanno reati non inclusinel bando
di scarcerazione (fra questi reati vi appare il sabotaggio,
lo spionaggio, ecc.)
In tutti i casi bisogna pazientare ancora un po' di
giorni e vedrai che quel sospirato e bellissimo giorno
arriverà! ...
Dall'intervista alla sorella
Carmina:
Ottenuto il benestare del partito,
Goffredo svolse, nonostante i terribili rischi, la sua
opera di "infiltrato": incitava i militari
della caserma alla diserzione. Molti lo ascoltarono
e raggiunsero con il suo aiuto la montagna. Goffredo
avvertiva i compagni; questi organizzavano la fuga dei
giovani che spesso si arruolavano nelle file partigiane.
Allo scopo sottraeva timbri, fogli di licenza, di viaggio.
Forniva anche armi ai partigiani.
Venne purtroppo scoperto ed arrestato il 7 luglio 1944
dall'UPI, la polizia politica fascista, che aveva scoperto
la tipografia clandestina dell'Unità, arrestato
un compagno e trovata un'agenda con indirizzi, tra cui
quello di Goffredo.
Tutte le sere rincasava per la cena, ma la sera del
7 luglio non lo vidi arrivare. Suonarono più
tardi alla porta, erano due repubblichini venuti ad
effettuare una perquisizione; purtroppo trovarono una
pistola e fù la fine per Goffredo.
Passati alcuni giorni venne a casa nostra un tranviere
che mi disse: "Tuo fratello era tanto preoccupato
per te, temeva che venisse scoperto il tuo ruolo di
staffetta ..."
L'arresto di Goffredo Villa
viene così ricordato nel documento della sez.
PCI - Marozzelli-Villa (Archivio dell'Istituto Storico
della Resistenza in Liguria):
Il 6 luglio (1944) disertano la caserma
per la montagna, segno questo dell'opera di proselitismo
di Villa , alcuni militari. La sera stessa, incontratosi
con il partigiano G.B. Gatto (Artiano), fa presente
che un partigiano (Longhi) non è venuto ad un
appuntamento. Il Gatto riferisce che si sono persi i
contatti con il Longhi e altri compagni, ciò
è un brutto segno e consiglia a Villa di allontanarsi
senza indugio. Ma egli risponde che non può fuggire
e che deve rientrare in caserma perché deve portare
a termine alcune "mansioni urgenti".
Quale eroico comandante di formazioni d'assalto non
abbandona il suo posto di lotta al distretto e cade
nelle mani della polizia politica nella tarda mattinata
del 7 luglio.
Dall'intervista alla sorella
Carmina:
Al distretto operava Francesco Ferrarini,
braccio destro di Veneziani, capo della squadra politica
della questura, inviato dal suo superiore a controllare
la situazione. Fu lui ad occuparsi degli interrogatori,
e con particolare zelo, perché a causa di Goffredo
aveva subito continui rimproveri da parte del Veneziani,
che non riusciva più a catturare i renitenti
alla leva e impedire le continue diserzioni dalla caserma.
Goffredo dopo sette giorni di permanenza nel carcere
di Marassi, venne affidato alle "cure" della
quinta squadra, quella dei torturatori. Venne torturato
per giorni nell'intento di fargli rivelare i nomi dei
compagni di lotta.
Come avvenne la morte di Goffredo rimane un mistero.
Alcune voci denunciarono la sua morte sotto la tortura
e le percosse di Ferrarini, e che, per evitare imbarazzi
venne inscenata una finta fucilazione al cadavere.
Ferrarini si vantava, ancora a guerra finita, di averlo
ucciso con le proprie mani.
Il torturatore, sfuggito alla giustizia partigiana nei
giorni della Liberazione, verrà arrestato alla
fine del 1946 e condannato a quindici anni di carcere.
Beneficiò dell'amnistia e dopo un solo anno di
carcere tornò in libertà.
In un ritaglio di giornale conservato
dalla sorella Carmina , dal quale non è possibile
rilevare la testata e la data, (probabilmente un giornale
locale risalente agli anni '50) un articolo a firma
di Giuliano Crisalli tratta della morte di Goffredo
Villa:
Francesco Ferrarini, il torturatore
fascista, si vantò per mesi d'aver ucciso con
le sue mani (ci sono molti testimoni) Goffredo Villa.
Ed è vero. Villa fu seviziato da Ferrarini, braccio
destro di Giusto Veneziani, capo della squadra politica
della Questura, uomo che non indietreggio mai di fronte
alla crudeltà più inaudite. Il ragazzo
fu dapprima picchiato, poi gli furono strappate le unghie,
persino un occhio gli uscì dall'orbita a suon
di pugni. Così morì. Ma i repubblichini
non erano contenti e allora inscenarono un'altra macabra
"cerimonia" fucilando un cadavere.
Per mesi e mesi, dopo la liberazione, gli amici di Villa
cercarono Ferrarini per fargliela pagare ma non riuscirono
a scovarlo. La polizia lo arrestò solo verso
la fine del '46. Dopo poco più di un anno di
carcere fu condannato a quindici anni di prigione, ma
godette dell'amnistia e alla fine del'47 ritornò
tranquillo in circolazione....
...Sempre nell'articolo, Mino Croce, ex comandante del
distaccamento partigiano "Goffredo Villa"
(Brigata Oreste, divisione Pinan-Cichero), così
ricorda:
Goffredo Villa scoprì, lavorando al centralino
del distretto, che era possibile ricevere i fonogrammi
di ricerca dei renitenti alla leva. Cominciò
così la sua opera che doveva salvare decine di
vite umane. Appena veniva a conoscenza del nome di un
ricercato subito avvertiva i compagni di lotta che si
ritrovavano in una latteria di via Caffaro. Il comando
partigiano riconobbe il suo prezioso apporto e gli ordinò
di non abbandonare il distretto.
Un giorno i fascisti scoprirono la tipografia clandestina
dell'Unità in corso Carbonara e arrestarono Longhi
il cui nome di battaglia era Bianchi. Trovarono anche
un libriccino di indirizzi e numeri telefonici e scoprirono
l'attività di Villa. Fu proprio Ferrarini che
si occupò del "caso". Doveva far scontare
al giovane tutti i cicchetti che gli faceva Veneziani
che da un pò di tempo non riusciva più
a catturare i renitenti alla leva. Lo torturò
per giorni e giorni cercando di fargli rivelare i nomi
dei partigiani con i quali era in contatto. Goffredo
preferì morire piuttosto che parlare. Quel mascalzone
lo fece a pezzi, letteralmente a pezzi.
Della morte di Goffredo Villa avvenuta
sotto la tortura di Ferrarini, non si trovano riscontri,
anzi questa tesi viene vanificata da altre più
credibili testimonianze. Si è voluto comunque,
in questa ricostruzione storica, accennare al fatto
e proporre una riflessione:
E' probabile che la figura di Goffredo Villa venisse
considerata molto importante dagli stessi fascisti,
ciò li irritava e li infastidiva, tanto da far
inventare ad uno di loro un macabro vanto per attribuirsi
"l'onore" di aver eliminato personalmente
un pericoloso sovversivo...
Dal documento della sez. P.C.I
- Mazzorelli-Villa:
Del suo comportamento di fronte al
cosiddetto Tribunale Militare Straordinario, riunito
in fretta e di nascosto nella notte fra il 28 e il 29
luglio 1944, nei locali del secondo piano della Questura,
è preziosa l'impressionante testimonianza del
gappista Enrico Sandri, arrestato con il Longhi nella
propria abitazione, adibita a centro dell'attività
partigiana genovese, in via Paride Salvago, 14/6 - Genova,
condannato a morte con Villa, Balilla Grillotti, Mario
Cassurino (Saetta), Giacinto Rizzolio (Nino) e Aleandro
Longhi (Bianchi), dopo un processo di poco più
di un quarto d'ora. Poco prima dell'ora fissata per
l'esecuzione, viene escluso e riportato in cella. Subirà
altro processo, quello del "trentuno", il
16/8 e destinato ai campi di concentramento.
Con la condanna a morte di questi generosi, i fascisti
credono di dare un duro colpo all'organizzazione genovese.
Il Sandri è sempre vicino a Goffredo Villa, legato
con le stesse manette, e gli altri legati a due a due.
E' la prima volta che vede il Villa ed è subito
impressionato dalla sua calma, l'audacia e le sue parole.
Accusato, fra l'altro, dal, cosiddetto Pubblico Ministero
(un capitano dell'esercito repubblichino) di "aver
venduto armi che servivano ad uccidere ufficiali dell'esercito
nazionale da lui segnalati", Goffredo risponde:
"non ho venduto armi, ma le ho cedute, poiché
non traffico in armi. La mia idea non me lo permette."
Mentre qualcuno si accascia nell'udire la sentenza,
egli resta impassibile, a testa alta, con gli occhi
abbagliati dai riflettori che non permettono di vedere
i giustizieri fascisti.
Dopo il processo, il Sandri, trasportato con gli altri
cinque condannati al pianterreno nello stanzone della
squadra del buoncostume, nota che l'Eroe rifiuta la
sigaretta offertagli dai poliziotti di guardia e che
invita gli altri a fare altrettanto, ma modifica questo
atteggiamento quando gli altri lo convincono ad accettarla,
facendogli osservare che i carcerieri sono più
da compatire che da disprezzare; più giovane
fra tutti, cerca di sollevare il morale ai compagni
incessantemente, mentre propone che ognuno faccia la
critica del proprio operato.
Dall'intervista alla sorella
Carmina:
Proprio il giorno della fucilazione
ero andata in Questura per portare della biancheria
pulita, ma non mi permisero di vederlo.
Mi convocarono più tardi dicendomi brutalmente:
"Suo fratello è stato giustiziato".
Vagai sconvolta per strade e piazze che mi sembravano
sconosciute, senza vedere e senza rendermi conto di
dove i passi mi portassero. Mi ritrovai, non so come,
davanti al portone di casa. L'angoscia mi attanagliava
il cuore, l'angoscia per la morte di Goffredo e quella
altrettanto grande di dover dare questa tremenda notizia
alla mamma. Non ne ebbi il coraggio, alle domande concitate
di mia madre giurai in ginocchio che Goffredo era stato
deportato in Germania.
Fu una bugia pietosa ed inutile, la mamma seppe la verità
da un conoscente. Il giorno successivo alla morte di
mio fratello, un sacerdote mi rintraccio all'Ansaldo
e mi consegnò una lettera scritta poco prima
della fucilazione.
Goffredo Villa viene fucilato, il
29 luglio 1944, da un plotone delle Brigate Nere nel
Forte San Giuliano. Poco prima dell'esecuzione trova
la forza ed il coraggio di scrivere una breve lettera
ai familiari. La lettera scritta con un lapis blu colpisce
per la nitidezza delle parole e per la sobria intensità
delle frasi, è scritta con mano ferma e lascia
trasparire la preoccupazione di non far soffrire i familiari
e di non essere rimproverato per questa morte. Si rivolge
alla mamma, alla sorella Carmina, che in famiglia viene
chiamata Milena, ed alla zia Lina, il papà è
già morto, da dieci anni, e viene evocato come
fonte di forza:
29 - 7 - 1944 Genova
Cara mamma, Milena, zia
Lina parenti e conoscenti
tutti.
Ciò che vi prego è che non
piangiate e che non mi
rimproveriate della fine che
faccio. Dovete esserne fiere
e rassegnate. Io sono cal=
missimo e conscio della
fine che debbo fare.
Questo perché sono
fermamente convinto
dei miei principi e
del mio compito.
Papà vi darà forza
a voi come mi dà
forza a me.
Ricevete tanti baci
e un eterno abbraccio
Goffredo Villa
Corso Carbonara 7.12
Genova
Sull'Unità, del 29 luglio
1959, comparve un articolo dal titolo: "Un sacerdote
racconta come morirono Longhi, Grillotti, Villa, Cassurino
e Rizzolio":
Don L. venne destato dal trillo del
telefono qualche minuto prima della mezzanotte del 28
luglio del '44... Dall'altro capo del filo una voce
chiede a don L. se ha nulla in contrario ad assistere
un gruppo di banditi che saranno fucilati all'alba.
Don L. risponde: "Ditemi che devo fare!".
All'una un'automobile lo conduce in Questura....Un agente
lo guida al terzo piano dove in un salone è riunito
il Tribunale militare repubblichino. L'agente bisbiglia
all'orecchio del sacerdote: "Sono già condannati".
... Il sacerdote ha oggi dei ricordi straordinariamente
precisi: lo abbiamo intervistato in questi giorni e
non ha fatto alcuna fatica a ricostruire le ore vissute
nella notte tra il 28 e il 29 luglio 1944. La sua memoria
ha conservato perfino i nomi dei cinque uomini cui fu
al fianco fino alla loro morte. Di Longhi e di Grillotti
dice quelli di battaglia: Bianchi e Balilla, degli altri
gli autentici: Villa, Rizzolio e Cassurino. Socchiude
un attimo gli occhi e la scena di allora gli si presenta
nitida alla mente: le sue parole la riproducono dinanzi
a noi con fedeltà fotografica. Longhi è
serio, riflessivo, calmo. Grillotti gli sta vicino ed
è altrettanto sereno. I tre più giovani
sono invece rumorosi. ... ...Veneziani acconsente che
il sacerdote si incontri separatamente con i cinque
condannati. C'è tempo. L'alba è ancora
lontana....Villa, Rizzolio e Cassurino vogliono entrare
tutti e tre assieme dove li attende il sacerdote. E'
impossibile credere che questi ragazzi stiano vivendo
la loro agonia: sono sani, pieni di forza, esuberanti.
Continuano a scherzare. Ci saluti i nostri familiari,
la mamma il papà, la sorella, dica loro che non
ci rimpiangano troppo.
Don L. chiede agli agenti carta e penna perché
i cinque possano scrivere ai loro cari e soltanto allora
si fa silenzio nell'ufficio. Un silenzio assoluto.
Ecco: è l'alba. E' il 29 luglio. E' giunto il
momento. Un cellulare attende nel cortile della Questura
ancora velato delle ombre notturne. ... Quando i cinque
attraversano il corridoio che dà sul cortile,
dalle guardine sottostanti si levano voci. Sono i compagni
arrestati che salutano i compagni che vanno a morire.
Le voci si incrociano. Un accenno di canto subito spento
da un irato ordine.
Il cellulare si mette in moto. ... Sul piazzale del
Forte S. Giuliano splende un sole tenero. I cinque vengono
riuniti in gruppo e in mezzo a loro vi è don
L. Arriva il plotone d'esecuzione... Cassurino li saluta
ironicamente... I giovani repubblichini reagiscono.
Villa e Rizzolio uniscono le loro voci a quella di Cassurino.
Vi è uno scambio di insulti, duro, violento,
che pare quasi irreale su quella scena. L'ufficiale
che comanda il plotone interviene e fa allontanare i
fascisti. I cinque attendono. I minuti trascorrono lentamente.
Don L. non ricorda chi dei cinque gli si rivolse per
dirgli: "Vada a dire ai fascisti di far presto!"
"Non posso figlioli. Non posso togliervi anche
solo un minuto di vita." "Vada ,vada e non
si preoccupi. Ci fa un piacere" Don L. abbassa
il capo e obbedisce. L'ufficiale si stringe nelle spalle.
Fa schierare il plotone e legge la sentenza. I cinque
gli chiedono di farli fucilare al petto. ... La risposta
è negativa. Dovranno essere fucilati alla schiena.
Il momento diventa di una estrema calma. Longhi, Grillotti,
Villa, Rizzolio e Cassurino voltano le spalle al Plotone
di esecuzione.... C'è silenzio sul piazzale.
L'ufficiale invita agitando la spada don L. ad allontanarsi
dai condannati. E' l'ultimo filo che viene reciso tra
essi e il resto degli uomini e lo comprendono perché
all'improvviso cinque voci s'innalzano nell'aria, rompono
il silenzio:
"Viva l'Italia, viva gli operai, viva la libertà..."
Una prima scarica... Altri colpi. I cinque corpi sono
stesi a terra. Un ufficiale medico si china su di essi
e li esamina uno ad uno mentre l'ufficiale che ha comandato
il plotone tira loro il colpo di grazia.
Don L. è rimasto annichilito. Cinque corpi e
cinque bare vicine...
Così all'alba del 29 luglio in uno dei forti
della città venivano assassinati cinque combattenti
della libertà, cinque nostri compagni. E siamo
grati a don L. che ha voluto raccontarci come sono morti
e gli siamo grati anche del ricordo che di loro ha conservato.
Dalla biografia su Goffredo
Villa di Lino Fogliasso:
Un tragico destino ha accomunato i
tre giovani antifascisti genovesi: anche Giacomo Buranello
verrà fucilato e Walter Fillak sarà impiccato
a Cuorgnè il 5 febbraio 1945.
A Goffredo Villa, sepolto nel cimitero di Staglieno,
la città di Genova gli dedicherà, in Castelletto;
una delle più belle piazze della città.
Nel suo nome combattè uno dei più agguerriti
distaccamenti partigiani della Brigata Oreste, operante
in Mongiardino ligure.
Vogliamo pensare che questo ricordo di Goffredo Villa
possa essere parzialmente riparatore all'ingiusto oblio
di questi ultimi decenni. ...
Passiamo per anni nei soliti luoghi "senza vedere",
... non ci poniamo domande, abbiamo sempre più
fretta. Nel passato gli anziani erano una fonte di sapere
della comunità, erano il veicolo delle tradizioni
orali della nostra memoria collettiva. Purtroppo da
molto tempo questo passaggio di cultura da una generazione
all'altra si è interrotto. Non avevamo più
tempo per ascoltarli, e loro ci hanno lasciato in silenzio,
portandosi nella tomba il loro archivio di memorie.
Noi siamo diventati sempre più culturalmente
poveri, senza radici, viviamo come estranei nel nostro
paese, nella nostra comunità.
Chissà quanti altri "Goffredo Villa"
sono stati dimenticati e devono essere ritrovati!
Il sacrificio di tanti partigiani non sarà vano,
nell'aprile del 1945 le forze germaniche ed i loro servi
fascisti dovranno capitolare.
Genova era presidiata dall'esercito tedesco con notevoli
forze. La fortezza stessa era tenuta dalla 135°
Brigata di Fortezza comandata dal col.Almers, da unità
fasciste del Corpo d'Armata Graziani e da numerose formazioni
tedesche di marina impiegate come fanteria; in tutto
circa 15.000 uomini ben armati ed in ottime posizioni
di difesa.
I partigiani iniziarono l'attacco il 23 aprile, e le
cose andarono con una rapidità vertiginosa. Già
al 25 aprile il C.L.N. (Comitato di Liberazione Nazionale)
occupò la stazione radio, e nel pomeriggio stesso
le Forze Armate Germaniche comandate dal generale Meinhold
si arrendevano alle Formazioni partigiane del Corpo
Volontario della Libertà.
Il 15 settembre 2001 una folta rappresentanza
delle sezioni A.N.P.I. di Valperga-Pertusio e Favria-Oglianico
si recò a Genova per visitare i luoghi che ricordano
il caduto Goffredo Villa.
Si ringrazia della calorosa accoglienza ricevuta, ed
in particolare:
– Il sig. Olivaro Eraldo, Segretario provinciale
dell'A.N.P.I.
– L'on. Fulvio Cerofolini, già Sindaco
di Genova e Presidente dell'A.N.P.I di Genova.
– Il dott. Remo Aloisio, vice Presidente dellìA.N.P.I.
di Genova.
– Il sig. Luigi Laggetta, Presidente dell'A.N.P.I.
del quartiere Castelletto.
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