Goffredo Villa PRESENTAZIONE Con questo ricordo di Goffredo Villa abbiamo voluto continuare ad assolvere, almeno in parte, al nostro compito di ex partigiani sopravvissuti; raccogliere informazioni per ricordare alcuni di coloro che, durante la Resistenza, immolarono la propria vita alla Patria per riscattarla dalla vergogna fascista e liberarla dal giogo dell'occupante tedesco. Il loro sacrificio permise il ritorno alla Libertà, alla Democrazia e alla Dignità ad un popolo che era stato soggiogato per vent'anni dalla dittatura fascista con il benestare dei Savoia. Un popolo che era stato mandato infine allo sbaraglio in guerre di conquista che furono causa di lutti, di distruzioni fisiche e morali immani. Un popolo che dovette subire la tragica vicenda seguita all'armistizio dell'8 settembre 1943, quando il re fuggì nottetempo al sud e gli alti gradi militari si misero in salvo, senza preoccuparsi minimamente dell'esercito. L'Italia del centro-nord e centinaia di migliaia di uomini in divisa si trovarono in balia dei tedeschi e dei loro servi fascisti che daranno poi vita alla tragicomica repubblica di Salò. In questi tragici frangenti, uomini come Goffredo Villa non ebbero tentennamenti, e furono tra i primi a scegliere di combattere, fino all'estremo sacrificio, contro chi aveva trascinato l'Italia nel baratro. In quest'epoca di smarrimento politico e morale, in cui si tenta di rimuovere i valori della Resistenza, di considerare i caduti partigiani e fascisti alla stessa stregua, di riconoscere ai fascisti della repubblica di Salò il titolo di combattenti per "l'onore dell'Italia", è più che mai doveroso ricordare personaggi come Goffredo Villa. Egli morì per combattere la dittatura nazifascista, per combattere coloro che avevano promosso le leggi razziali, per combattere coloro che eliminarono nei campi di sterminio milioni di ebrei, di slavi, di dissidenti politici. Chi combattè per queste motivazioni, combattè per il riscatto e "l'onore dell'Italia", chi, per queste motivazioni morì, morì per una "causa giusta". Questo nostro piccolo contributo è rivolto particolarmente ai giovani, perché attraverso il ricordo del sacrificio di un giovane di allora, non ancora ventiduenne, possano conoscere e meditare su quel periodo storico. Conoscere la storia del nostro passato, è l'unica garanzia contro gli imbonitori e i falsi maestri. I valori della Resistenza non devono essere dimenticati, la democrazia è un bene troppo prezioso e va continuamente difesa. 25 Aprile 2002 Sezione A.N.P.I. di Sezione A.N.P.I. di Favria e Oglianico Valperga e Pertusio (Martino Gatta Michelet) (Giovanni Giolitto) RINGRAZIAMENTI – Alla sig.ra Carmina Villa (Milena) sorella di Goffredo, per aver concesso l'intervista alla signora Laura Doglione, estate 2000, e per aver reso disponibili documenti, fotografie e lettere del fratello. – Alla sig.ra Laura Doglione per aver curato la stesura della presente pubblicazione. – Al sig. Lino Fogliasso per la biografia di Goffredo Villa dal titolo "Un martire ritrovato", (novembre 1999) pubblicata su "Il Canavesano 2001". – Ai sigg. Elio e Ezio Novascone per aver reso disponibili i documenti del loro archivio. – All'Istituto Storico della Resistenza in Liguria. GOFFREDO VILLA - Un martire ritrovato Da " Il Canavesano 2001" la parte introduttiva della biografia del partigiano Goffredo Villa, a cura di Lino Fogliasso: Una tra le più importanti vie di Valperga, quella che conduce al complesso delle scuole Elementari e Medie, è intitolata a Goffredo Villa. Da diverso tempo lo scrivente e altre persone si sono chieste chi fosse Goffredo Villa. Le richieste di informazioni, rivolte ai più anziani, non avevano avuto risposte, anzi contribuivano ad aumentare ulteriormente la curiosità di molti. Le ricerche continuarono con la consultazione dell'archivio comunale, ma esse diedero scarsi risultati. Si rinvenne solamente una deliberazione del Consiglio Comunale del 1962, in cui si scopriva che la toponomastica era variata nel 1945, senza l'adozione di alcun atto deliberativo, pertanto si confermavano in sanatoria le denominazioni avvenute. Le variazioni erano riportate in un apposito elenco, senza alcuna motivazione, e nel caso specifico di via Villa, la delibera si limitava ad elencare freddamente che "via Cernaia" era stata sostituita con "via Goffredo Villa". Era comunque un'informazione interessante, dal documento si veniva a sapere che la variazione era successiva alla Liberazione e quindi molto probabilmente Goffredo Villa era un personaggio legato alla Resistenza. Si ricercarono ulteriori informazioni tra gli ex partigiani, sia di Valperga, sia di altri paesi vicini, ma purtroppo sempre con esito negativo. Ci trovavamo di fronte ad un emblematico caso di perdita della memoria collettiva. Cinquant'anni erano stati sufficienti per dimenticare l'identità di una persona a cui era stata intitolata una delle più importanti vie di Valperga. La curiosità aumentava e le richieste di informazioni venivano avanzate sempre più insistentemente finchè, grazie alla signora Ninel, figlia di un noto antifascista canavesano, il geometra Domenico Cibrario, venimmo a sapere che Goffredo Villa era un caduto partigiano genovese, figlio di una valperghese e che a Genova viveva ancora una sua sorella di nome Carmina. Finalmente si aprì uno spiraglio; la signora Carmina Villa venne contattata telefonicamente e si ebbero le prime notizie sul fratello Goffredo. Nel settembre scorso (settembre 1998) la signora si trasferì a Valperga e fu più agevole disporre della documentazione necessaria per delineare questa splendida figura di un Martire per la Libertà. ... Da un'intervista alla signora Carmina (Milena) Villa effettuata nell'estate 2000, a cura di Laura Doglione: Mio Fratello Goffredo, di due anni più vecchio, nacque a Genova l'8 agosto 1922. Nostro padre Francesco era genovese, la mamma Maria Colombatto era di Valperga. Con Goffredo trascorrevamo l'estate nella quiete della campagna valperghese, nella casa dei nonni materni, in località Trucchi-Lago ai piedi della collina di Belmonte. Io in famiglia anziché Carmina venivo chiamata Milena. Goffredo, era un ragazzo dolce e mite, di grande onestà, assorbì molto l'influsso positivo della figura paterna. Anche se papà morì quando noi eravamo ancora ragazzi, io avevo dieci anni e Goffredo dodici, il ricordo di un uomo retto, che non militava in alcun partito politico, ma che era stato sin dall'inizio antifascista, costituì un modello, un esempio morale che influenzò anche le scelte più difficili di Goffredo. "Siamo governati dai topi", amava ripetere papà, alludendo ai fascisti. E Goffredo, divenuto studente alla facoltà di Legge dell'università di Genova, aderì al Partito Comunista, una delle poche organizzazioni in grado di condurre l'opposizione al regime. Nel 1941 gli fu affidato il compito di organizzare le cellule portuali del P.C.I., e la sua abilità unita al rigore morale lo fece entrare a far parte del Direttivo Comunista genovese, insieme agli amici Giacomo Buranello e Walter Fillak, compagni di università, che lo affiancavano nell'attività politica e di propaganda clandestina. Io ero impiegata all'Ansaldo, facevo da tramite fra i tre. Noi abitavamo nel quartiere di Castelletto, i compagni di Goffredo invece a Sampierdarena. Portavo messaggi dall'uno agli altri, da Sampierdarena a casa, ignara del contenuto dei fogli, credendoli semplici scambi di materiale di studio. Buranello era per me soltanto un amico di Goffredo, lo chiamavo confidenzialmente Giacomino. Venivo tenuta all'oscuro della loro attività politica per preciso volere di Goffredo, che desiderava lasciarmi al sicuro, fuori da ogni possibile rischio: in tali circostanze, meno si sapeva meglio era. Nemmeno la mamma era al corrente del ruolo di Goffredo nel P.C.I.; si voleva evitarle pene e preoccupazioni. Dalla pubblicazione "Cenni biografici dei partigiani Marozzelli e Villa" a cura della sezione genovese del P.C.I. - Marozzelli-Villa (Archivio dell'Istituto Storico della Resistenza in Liguria) : Verso la fine del 1941, membro del Partito Comunista, organizza le cellule portuali con l'operaio Saverio De Palo (Caduto partigiano "Macchi"- Cabella Ligure, 12/44). Entrato in contatto con gli studenti universitari Giacomo Buranello e Walter Fillak, fa parte del Centro Studi Marxisti; per le sue qualità organizzative delegato nelle provincie di Torino, Alessandria e Aosta, fino alla chiamata alle armi in servizio sedentario (ottobre 1941) alla caserma di Bolzaneto. In seguito alla grossa retata (ottobre 1942) del direttivo del Partito Comunista genovese è arrestato nel novembre 1942 e deferito al Tribunale Speciale per la difesa dello Stato (carceri di Marassi, Chiavari, Regina Coeli). Liberato alla fine dell'agosto 1943, dopo la caduta del fascismo (25 luglio '43), tra i primi a costituire il Fronte della Gioventù (settembre 1943) della provincia di Genova, quale addetto militare, di cui è ardente animatore, e le prime bande armate cittadine, autore di azioni di sabotaggio ad impianti e di disturbo contro automezzi tedeschi; tra i protagonisti, nel GAP (Gruppi Azione Partigiana), di azioni nel centro e nelle delegazioni contro noti squadristi ed ufficiali tedeschi. Si sposta rapidamente da un punto all'altro della città, cambia sempre domicilio per sfuggire ai pedinamenti. Da ultimo, braccato, si vale dei segnali di allarme aereo per avere liberi i movimenti nei collegamenti, lo smistamento della stampa per le varie zone, il trasporto di armi (compito che svolge spesso durante i bombardamenti alleati, lontano dai rifugi che sono sorvegliati). Sfuggito all'arresto, raggiunge in montagna, ai primi di febbraio del 1944, gli sparuti distaccamenti della III Brigata Liguria, operante ai confini della provincia di Genova. Vice commissario della brigata, il 25 febbraio 1944, nei pressi dei laghi della Lavagnina è circondato durante una missione di pattuglia avanzata con un altro partigiano (il commissario Rino Mandoli) da una trentina di militi, fatto prigioniero, percosso, condotto nel carcere di Alessandria gli viene sequestrato il denaro affidatogli dal comando, in attesa della condanna a morte. Informato della cattura, il questore Veneziani, sospende l'esecuzione ordinando la traduzione del partigiano al fine di conoscere la consistenza del movimento partigiano genovese. Sottoposto, nella Questura di Genova, a continui interrogatori che non approdano a nulla, con stratagemma salva il denaro partigiano sequestratogli nel rastrellamento (la madre, avvertita clandestinamente, si presenta in Questura a reclamare quella somma come sua). Viene rinchiuso nelle guardine della Questura a disposizione dell'Ufficio Politico della stessa. Ai primi di giugno 1944, in occasione dell'amnistia della Repubblica Sociale Italiana per gli "sbandati", viene richiamato in Questura dal Veneziani allo scopo evidente di indagare ancora sul movimento della Resistenza, gli è offerto di entrare nell'esercito repubblichino; sprezzante e irremovibile risponde che preferisce rimanere ostaggio. Scarcerato subito dopo contro la sua volontà, minacciato di rappresaglie contro la madre e la sorella in caso di fuga, è avviato al distretto militare di Genova, caserma Mura delle Capuccine come telefonista. Avvicinato nei giorni seguenti da giovani compagni di lotta, fa noto il suo avvilimento per la divisa e si dispera. Incoraggiato a resistere a questa ignominia riprende i contatti con la centrale clandestina che lo consiglia di sospendere ogni attività per qualche tempo, espone il piano che viene accettato: portare maggior danno possibile all'organizzazione fascista. ... Del periodo trascorso in carcere, ottobre 1942-agosto 1943, si conoscono tre lettere di Goffredo Villa che sono state pubblicate in: "Lettere di antifascisti dal carcere e dal confino" vol. II, pp. 582-586. Editori Riuniti. 1962: Genova, 2 gennaio 1943 Carissima mamma e Milena, vi do notizie della mia salute e sono lieto di poter affermare che sto benissimo. Spero che pure tu, Milena ed Ernesto stiate bene. Non ti devi quindi preoccupare della sorte che mi è toccata poiché la prigione non è poi una cosa brutta quando si fa. Qui le giornate le passo calmo, tranquillo e sereno; sicuro soprattutto che quanto prima ritornerò ad abbracciarvi tutti ed a ringraziarvi per il costante interessamento che avete avuto per me Cara mamma, ti prego, non rimproverare tuo figlio se è in prigione; sappi che non tutti quelli che sono in carcere sono dei delinquenti. Sappi soprattutto che benchè in prigione terrò sempre in alto il nome che mi hai dato. Ciò che vi chiedo soprattutto è che siate forti per sopportare questa brutta ma breve parentesi della nostra vita ... Io mi trovo in cella insieme a due brave persone e passiamo le giornate in allegria. Ho molti giornali e libri per passare il tempo ... Probabilmente sarò trasferito da Genova, ma ciò non importa perchè ovunque mi mandino il trattamento sono sicuro che sarà buono come qui. Mi sono cambiato e domani lascerò alla porta la mia biancheria sporca, ti prego di farla ritirare. Per tutti, dì che sono stato trasferito da militare e che saluto tutti. Cara Milena, ti prego di confortare la mamma e di farle capire che ritornerò presto. Voglile bene anche per me, che trovandomi lontano da lei sento quanto bene abbia sempre fatto per noi, e quanto ingiusti siamo stati verso di lei. Dì a Ernesto che lo ringrazio ancora una volta per ciò che ha fatto. Guarda che la mamma si curi sempre e pensi soprattutto alla sua salute e se anche spenderà soldi noi che siamo giovani sapremo nuovamente rimetterli da parte... Chiavari, 20 febbraio 1943 Carissima mamma, sono spiacente di non aver ancora ricevuto una vostra lunga lettera e l'attendo con impazienza. Qui in quanto alla posta è un disastro. Le lettere prima che partano e che arrivino ci passano settimane. Non ti inquietare quindi se qualche volta le mie notizie ti arrivano con ritardo. Come già ti dissi in altre mie precedenti, qui ad eccezione di prima sono stato messo nella zona di grande sorveglianza e per di più isolato. Sono stato alcuni giorni solo e mi annoiavo terribilmente. Ora per fortuna sono insieme ad un inglese e ad un francese. Sono più contento perché le ore mi passano più veloci. Sono persone molto educate e pulite così che ci comportiamo bene a vicenda. Per passare il tempo ho dei buoni libri ed imparo il francese. Ho già fatto progressi notevoli .. Roma, 13 agosto 1943 Cara mamma e Milena ...La cosa più gradita che ho letto è quella in cui mi assicurate che state bene, specialmente tu, mamma, alla cui salute ho pensato sempre in modo particolare. In quanto a me, come già vi dissi, sto abbastanza bene, solo ho avuto qualche settimana fa un po' di febbre, forse influenza. Ormai però mi sono rimesso e non avete nulla da preoccuparvi, è stata una cosa così leggera che è durata un giorno e una sola notte. Durante questa mia indisposizione ho avuto dai miei compagni tutti gli aiuti materiali e morali che era nelle loro possibilità darmi. Essi si sono prodigati ed interessati per farmi in un primo tempo scomparire la febbre e poi, raccogliendo più roba possibile da tutte le celle, per farmi rimettere subito. Ed infatti è da parecchi giorni che mi sono ristabilito completamente. Dunque ancora una volta vi prego di non preoccuparvi per una cosa ormai passata, totalmente superata. Pure per me è intensa la gioia nell'aver saputo l'annuncio della mia scarcerazione, solo non bisogna precipitare le cose (come mi ero illuso pure io in un primo momento) dato che a tutt'oggi non mi è ancora stato possibile sapere con sicurezza in che modo e quando verrà questa tanto attesa liberazione. Fra le tante voci ce n'è una, che credo sia la più attendibile, la quale dice che le cose dovranno procedere non più sotto l'ex tribunale speciale; passeremo alle dipendenze di un tribunale militare della propria città. Questo viene fatto per trattenere e giudicare quelli che hanno reati non inclusinel bando di scarcerazione (fra questi reati vi appare il sabotaggio, lo spionaggio, ecc.) In tutti i casi bisogna pazientare ancora un po' di giorni e vedrai che quel sospirato e bellissimo giorno arriverà! ... Dall'intervista alla sorella Carmina: Ottenuto il benestare del partito, Goffredo svolse, nonostante i terribili rischi, la sua opera di "infiltrato": incitava i militari della caserma alla diserzione. Molti lo ascoltarono e raggiunsero con il suo aiuto la montagna. Goffredo avvertiva i compagni; questi organizzavano la fuga dei giovani che spesso si arruolavano nelle file partigiane. Allo scopo sottraeva timbri, fogli di licenza, di viaggio. Forniva anche armi ai partigiani. Venne purtroppo scoperto ed arrestato il 7 luglio 1944 dall'UPI, la polizia politica fascista, che aveva scoperto la tipografia clandestina dell'Unità, arrestato un compagno e trovata un'agenda con indirizzi, tra cui quello di Goffredo. Tutte le sere rincasava per la cena, ma la sera del 7 luglio non lo vidi arrivare. Suonarono più tardi alla porta, erano due repubblichini venuti ad effettuare una perquisizione; purtroppo trovarono una pistola e fù la fine per Goffredo. Passati alcuni giorni venne a casa nostra un tranviere che mi disse: "Tuo fratello era tanto preoccupato per te, temeva che venisse scoperto il tuo ruolo di staffetta ..." L'arresto di Goffredo Villa viene così ricordato nel documento della sez. PCI - Marozzelli-Villa (Archivio dell'Istituto Storico della Resistenza in Liguria): Il 6 luglio (1944) disertano la caserma per la montagna, segno questo dell'opera di proselitismo di Villa , alcuni militari. La sera stessa, incontratosi con il partigiano G.B. Gatto (Artiano), fa presente che un partigiano (Longhi) non è venuto ad un appuntamento. Il Gatto riferisce che si sono persi i contatti con il Longhi e altri compagni, ciò è un brutto segno e consiglia a Villa di allontanarsi senza indugio. Ma egli risponde che non può fuggire e che deve rientrare in caserma perché deve portare a termine alcune "mansioni urgenti". Quale eroico comandante di formazioni d'assalto non abbandona il suo posto di lotta al distretto e cade nelle mani della polizia politica nella tarda mattinata del 7 luglio. Dall'intervista alla sorella Carmina: Al distretto operava Francesco Ferrarini, braccio destro di Veneziani, capo della squadra politica della questura, inviato dal suo superiore a controllare la situazione. Fu lui ad occuparsi degli interrogatori, e con particolare zelo, perché a causa di Goffredo aveva subito continui rimproveri da parte del Veneziani, che non riusciva più a catturare i renitenti alla leva e impedire le continue diserzioni dalla caserma. Goffredo dopo sette giorni di permanenza nel carcere di Marassi, venne affidato alle "cure" della quinta squadra, quella dei torturatori. Venne torturato per giorni nell'intento di fargli rivelare i nomi dei compagni di lotta. Come avvenne la morte di Goffredo rimane un mistero. Alcune voci denunciarono la sua morte sotto la tortura e le percosse di Ferrarini, e che, per evitare imbarazzi venne inscenata una finta fucilazione al cadavere. Ferrarini si vantava, ancora a guerra finita, di averlo ucciso con le proprie mani. Il torturatore, sfuggito alla giustizia partigiana nei giorni della Liberazione, verrà arrestato alla fine del 1946 e condannato a quindici anni di carcere. Beneficiò dell'amnistia e dopo un solo anno di carcere tornò in libertà. In un ritaglio di giornale conservato dalla sorella Carmina , dal quale non è possibile rilevare la testata e la data, (probabilmente un giornale locale risalente agli anni '50) un articolo a firma di Giuliano Crisalli tratta della morte di Goffredo Villa: Francesco Ferrarini, il torturatore fascista, si vantò per mesi d'aver ucciso con le sue mani (ci sono molti testimoni) Goffredo Villa. Ed è vero. Villa fu seviziato da Ferrarini, braccio destro di Giusto Veneziani, capo della squadra politica della Questura, uomo che non indietreggio mai di fronte alla crudeltà più inaudite. Il ragazzo fu dapprima picchiato, poi gli furono strappate le unghie, persino un occhio gli uscì dall'orbita a suon di pugni. Così morì. Ma i repubblichini non erano contenti e allora inscenarono un'altra macabra "cerimonia" fucilando un cadavere. Per mesi e mesi, dopo la liberazione, gli amici di Villa cercarono Ferrarini per fargliela pagare ma non riuscirono a scovarlo. La polizia lo arrestò solo verso la fine del '46. Dopo poco più di un anno di carcere fu condannato a quindici anni di prigione, ma godette dell'amnistia e alla fine del'47 ritornò tranquillo in circolazione.... ...Sempre nell'articolo, Mino Croce, ex comandante del distaccamento partigiano "Goffredo Villa" (Brigata Oreste, divisione Pinan-Cichero), così ricorda: Goffredo Villa scoprì, lavorando al centralino del distretto, che era possibile ricevere i fonogrammi di ricerca dei renitenti alla leva. Cominciò così la sua opera che doveva salvare decine di vite umane. Appena veniva a conoscenza del nome di un ricercato subito avvertiva i compagni di lotta che si ritrovavano in una latteria di via Caffaro. Il comando partigiano riconobbe il suo prezioso apporto e gli ordinò di non abbandonare il distretto. Un giorno i fascisti scoprirono la tipografia clandestina dell'Unità in corso Carbonara e arrestarono Longhi il cui nome di battaglia era Bianchi. Trovarono anche un libriccino di indirizzi e numeri telefonici e scoprirono l'attività di Villa. Fu proprio Ferrarini che si occupò del "caso". Doveva far scontare al giovane tutti i cicchetti che gli faceva Veneziani che da un pò di tempo non riusciva più a catturare i renitenti alla leva. Lo torturò per giorni e giorni cercando di fargli rivelare i nomi dei partigiani con i quali era in contatto. Goffredo preferì morire piuttosto che parlare. Quel mascalzone lo fece a pezzi, letteralmente a pezzi. Della morte di Goffredo Villa avvenuta sotto la tortura di Ferrarini, non si trovano riscontri, anzi questa tesi viene vanificata da altre più credibili testimonianze. Si è voluto comunque, in questa ricostruzione storica, accennare al fatto e proporre una riflessione: E' probabile che la figura di Goffredo Villa venisse considerata molto importante dagli stessi fascisti, ciò li irritava e li infastidiva, tanto da far inventare ad uno di loro un macabro vanto per attribuirsi "l'onore" di aver eliminato personalmente un pericoloso sovversivo... Dal documento della sez. P.C.I - Mazzorelli-Villa: Del suo comportamento di fronte al cosiddetto Tribunale Militare Straordinario, riunito in fretta e di nascosto nella notte fra il 28 e il 29 luglio 1944, nei locali del secondo piano della Questura, è preziosa l'impressionante testimonianza del gappista Enrico Sandri, arrestato con il Longhi nella propria abitazione, adibita a centro dell'attività partigiana genovese, in via Paride Salvago, 14/6 - Genova, condannato a morte con Villa, Balilla Grillotti, Mario Cassurino (Saetta), Giacinto Rizzolio (Nino) e Aleandro Longhi (Bianchi), dopo un processo di poco più di un quarto d'ora. Poco prima dell'ora fissata per l'esecuzione, viene escluso e riportato in cella. Subirà altro processo, quello del "trentuno", il 16/8 e destinato ai campi di concentramento. Con la condanna a morte di questi generosi, i fascisti credono di dare un duro colpo all'organizzazione genovese. Il Sandri è sempre vicino a Goffredo Villa, legato con le stesse manette, e gli altri legati a due a due. E' la prima volta che vede il Villa ed è subito impressionato dalla sua calma, l'audacia e le sue parole. Accusato, fra l'altro, dal, cosiddetto Pubblico Ministero (un capitano dell'esercito repubblichino) di "aver venduto armi che servivano ad uccidere ufficiali dell'esercito nazionale da lui segnalati", Goffredo risponde: "non ho venduto armi, ma le ho cedute, poiché non traffico in armi. La mia idea non me lo permette." Mentre qualcuno si accascia nell'udire la sentenza, egli resta impassibile, a testa alta, con gli occhi abbagliati dai riflettori che non permettono di vedere i giustizieri fascisti. Dopo il processo, il Sandri, trasportato con gli altri cinque condannati al pianterreno nello stanzone della squadra del buoncostume, nota che l'Eroe rifiuta la sigaretta offertagli dai poliziotti di guardia e che invita gli altri a fare altrettanto, ma modifica questo atteggiamento quando gli altri lo convincono ad accettarla, facendogli osservare che i carcerieri sono più da compatire che da disprezzare; più giovane fra tutti, cerca di sollevare il morale ai compagni incessantemente, mentre propone che ognuno faccia la critica del proprio operato. Dall'intervista alla sorella Carmina: Proprio il giorno della fucilazione ero andata in Questura per portare della biancheria pulita, ma non mi permisero di vederlo. Mi convocarono più tardi dicendomi brutalmente: "Suo fratello è stato giustiziato". Vagai sconvolta per strade e piazze che mi sembravano sconosciute, senza vedere e senza rendermi conto di dove i passi mi portassero. Mi ritrovai, non so come, davanti al portone di casa. L'angoscia mi attanagliava il cuore, l'angoscia per la morte di Goffredo e quella altrettanto grande di dover dare questa tremenda notizia alla mamma. Non ne ebbi il coraggio, alle domande concitate di mia madre giurai in ginocchio che Goffredo era stato deportato in Germania. Fu una bugia pietosa ed inutile, la mamma seppe la verità da un conoscente. Il giorno successivo alla morte di mio fratello, un sacerdote mi rintraccio all'Ansaldo e mi consegnò una lettera scritta poco prima della fucilazione. Goffredo Villa viene fucilato, il 29 luglio 1944, da un plotone delle Brigate Nere nel Forte San Giuliano. Poco prima dell'esecuzione trova la forza ed il coraggio di scrivere una breve lettera ai familiari. La lettera scritta con un lapis blu colpisce per la nitidezza delle parole e per la sobria intensità delle frasi, è scritta con mano ferma e lascia trasparire la preoccupazione di non far soffrire i familiari e di non essere rimproverato per questa morte. Si rivolge alla mamma, alla sorella Carmina, che in famiglia viene chiamata Milena, ed alla zia Lina, il papà è già morto, da dieci anni, e viene evocato come fonte di forza: 29 - 7 - 1944 Genova Cara mamma, Milena, zia Lina parenti e conoscenti tutti. Ciò che vi prego è che non piangiate e che non mi rimproveriate della fine che faccio. Dovete esserne fiere e rassegnate. Io sono cal= missimo e conscio della fine che debbo fare. Questo perché sono fermamente convinto dei miei principi e del mio compito. Papà vi darà forza a voi come mi dà forza a me. Ricevete tanti baci e un eterno abbraccio Goffredo Villa Corso Carbonara 7.12 Genova Sull'Unità, del 29 luglio 1959, comparve un articolo dal titolo: "Un sacerdote racconta come morirono Longhi, Grillotti, Villa, Cassurino e Rizzolio": Don L. venne destato dal trillo del telefono qualche minuto prima della mezzanotte del 28 luglio del '44... Dall'altro capo del filo una voce chiede a don L. se ha nulla in contrario ad assistere un gruppo di banditi che saranno fucilati all'alba. Don L. risponde: "Ditemi che devo fare!". All'una un'automobile lo conduce in Questura....Un agente lo guida al terzo piano dove in un salone è riunito il Tribunale militare repubblichino. L'agente bisbiglia all'orecchio del sacerdote: "Sono già condannati". ... Il sacerdote ha oggi dei ricordi straordinariamente precisi: lo abbiamo intervistato in questi giorni e non ha fatto alcuna fatica a ricostruire le ore vissute nella notte tra il 28 e il 29 luglio 1944. La sua memoria ha conservato perfino i nomi dei cinque uomini cui fu al fianco fino alla loro morte. Di Longhi e di Grillotti dice quelli di battaglia: Bianchi e Balilla, degli altri gli autentici: Villa, Rizzolio e Cassurino. Socchiude un attimo gli occhi e la scena di allora gli si presenta nitida alla mente: le sue parole la riproducono dinanzi a noi con fedeltà fotografica. Longhi è serio, riflessivo, calmo. Grillotti gli sta vicino ed è altrettanto sereno. I tre più giovani sono invece rumorosi. ... ...Veneziani acconsente che il sacerdote si incontri separatamente con i cinque condannati. C'è tempo. L'alba è ancora lontana....Villa, Rizzolio e Cassurino vogliono entrare tutti e tre assieme dove li attende il sacerdote. E' impossibile credere che questi ragazzi stiano vivendo la loro agonia: sono sani, pieni di forza, esuberanti. Continuano a scherzare. Ci saluti i nostri familiari, la mamma il papà, la sorella, dica loro che non ci rimpiangano troppo. Don L. chiede agli agenti carta e penna perché i cinque possano scrivere ai loro cari e soltanto allora si fa silenzio nell'ufficio. Un silenzio assoluto. Ecco: è l'alba. E' il 29 luglio. E' giunto il momento. Un cellulare attende nel cortile della Questura ancora velato delle ombre notturne. ... Quando i cinque attraversano il corridoio che dà sul cortile, dalle guardine sottostanti si levano voci. Sono i compagni arrestati che salutano i compagni che vanno a morire. Le voci si incrociano. Un accenno di canto subito spento da un irato ordine. Il cellulare si mette in moto. ... Sul piazzale del Forte S. Giuliano splende un sole tenero. I cinque vengono riuniti in gruppo e in mezzo a loro vi è don L. Arriva il plotone d'esecuzione... Cassurino li saluta ironicamente... I giovani repubblichini reagiscono. Villa e Rizzolio uniscono le loro voci a quella di Cassurino. Vi è uno scambio di insulti, duro, violento, che pare quasi irreale su quella scena. L'ufficiale che comanda il plotone interviene e fa allontanare i fascisti. I cinque attendono. I minuti trascorrono lentamente. Don L. non ricorda chi dei cinque gli si rivolse per dirgli: "Vada a dire ai fascisti di far presto!" "Non posso figlioli. Non posso togliervi anche solo un minuto di vita." "Vada ,vada e non si preoccupi. Ci fa un piacere" Don L. abbassa il capo e obbedisce. L'ufficiale si stringe nelle spalle. Fa schierare il plotone e legge la sentenza. I cinque gli chiedono di farli fucilare al petto. ... La risposta è negativa. Dovranno essere fucilati alla schiena. Il momento diventa di una estrema calma. Longhi, Grillotti, Villa, Rizzolio e Cassurino voltano le spalle al Plotone di esecuzione.... C'è silenzio sul piazzale. L'ufficiale invita agitando la spada don L. ad allontanarsi dai condannati. E' l'ultimo filo che viene reciso tra essi e il resto degli uomini e lo comprendono perché all'improvviso cinque voci s'innalzano nell'aria, rompono il silenzio: "Viva l'Italia, viva gli operai, viva la libertà..." Una prima scarica... Altri colpi. I cinque corpi sono stesi a terra. Un ufficiale medico si china su di essi e li esamina uno ad uno mentre l'ufficiale che ha comandato il plotone tira loro il colpo di grazia. Don L. è rimasto annichilito. Cinque corpi e cinque bare vicine... Così all'alba del 29 luglio in uno dei forti della città venivano assassinati cinque combattenti della libertà, cinque nostri compagni. E siamo grati a don L. che ha voluto raccontarci come sono morti e gli siamo grati anche del ricordo che di loro ha conservato. Dalla biografia su Goffredo Villa di Lino Fogliasso: Un tragico destino ha accomunato i tre giovani antifascisti genovesi: anche Giacomo Buranello verrà fucilato e Walter Fillak sarà impiccato a Cuorgnè il 5 febbraio 1945. A Goffredo Villa, sepolto nel cimitero di Staglieno, la città di Genova gli dedicherà, in Castelletto; una delle più belle piazze della città. Nel suo nome combattè uno dei più agguerriti distaccamenti partigiani della Brigata Oreste, operante in Mongiardino ligure. Vogliamo pensare che questo ricordo di Goffredo Villa possa essere parzialmente riparatore all'ingiusto oblio di questi ultimi decenni. ... Passiamo per anni nei soliti luoghi "senza vedere", ... non ci poniamo domande, abbiamo sempre più fretta. Nel passato gli anziani erano una fonte di sapere della comunità, erano il veicolo delle tradizioni orali della nostra memoria collettiva. Purtroppo da molto tempo questo passaggio di cultura da una generazione all'altra si è interrotto. Non avevamo più tempo per ascoltarli, e loro ci hanno lasciato in silenzio, portandosi nella tomba il loro archivio di memorie. Noi siamo diventati sempre più culturalmente poveri, senza radici, viviamo come estranei nel nostro paese, nella nostra comunità. Chissà quanti altri "Goffredo Villa" sono stati dimenticati e devono essere ritrovati! Il sacrificio di tanti partigiani non sarà vano, nell'aprile del 1945 le forze germaniche ed i loro servi fascisti dovranno capitolare. Genova era presidiata dall'esercito tedesco con notevoli forze. La fortezza stessa era tenuta dalla 135° Brigata di Fortezza comandata dal col.Almers, da unità fasciste del Corpo d'Armata Graziani e da numerose formazioni tedesche di marina impiegate come fanteria; in tutto circa 15.000 uomini ben armati ed in ottime posizioni di difesa. I partigiani iniziarono l'attacco il 23 aprile, e le cose andarono con una rapidità vertiginosa. Già al 25 aprile il C.L.N. (Comitato di Liberazione Nazionale) occupò la stazione radio, e nel pomeriggio stesso le Forze Armate Germaniche comandate dal generale Meinhold si arrendevano alle Formazioni partigiane del Corpo Volontario della Libertà. Il 15 settembre 2001 una folta rappresentanza delle sezioni A.N.P.I. di Valperga-Pertusio e Favria-Oglianico si recò a Genova per visitare i luoghi che ricordano il caduto Goffredo Villa. Si ringrazia della calorosa accoglienza ricevuta, ed in particolare: – Il sig. Olivaro Eraldo, Segretario provinciale dell'A.N.P.I. – L'on. Fulvio Cerofolini, già Sindaco di Genova e Presidente dell'A.N.P.I di Genova. – Il dott. Remo Aloisio, vice Presidente dellìA.N.P.I. di Genova. – Il sig. Luigi Laggetta, Presidente dell'A.N.P.I. del quartiere Castelletto.