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Forno Canavese: dicembre 1943 di lotta e di sangue.

Nel tardo ottobre 1943 si era formata, nel territorio di Forno, una banda partigiana, con il nome di “gruppo monte Soglio”, comandata da Nicola Alfonso Prospero. Si stanziò dapprima in località “Giacoletti” e poi ai “boiri”, sulle pendici del monte Soglio, dove si acquartierò nelle varie baite del luogo utilizzate solamente nel periodo del pascolo in montagna.

Appartenevano a questa banda giovani antifascisti del luogo, militari del disciolto esercito regio, molti impossibilitati a raggiungere le proprie case nell’Italia centro-meridionale, prigioneiri di guerra fuggiti dai campi di detenzione: condividendo tutti le difficoltà di una vita difficile e pericolosa quale era quella delle bande partigiane.

Ciò nonostante il “gruppo Soglio” iniziò le prime azioni dirette a procacciarsi armamenti: il 6 dicembre 1943 riuscì a portar via, dal campo di Lombardore quattro mitragliatrici e diversi fucili – con relative munizioni – ed un mortaio che, al ritorno in sede, venne affidato a don Felice Pol, cappellano dei Milani affinché lo nascondesse.

Poiché per organizzazione, consistenza numerica ed appariscenza i gruppo poteva rivelarsi molto pericoloso, non solo sul piano bellico ma anche su quello propagandistico, il nemico mosse contro di lui uno dei primi numerosi e durissimi rastrellamenti con i quali i nazifascisti tentarono invano, di stroncare la guerriglia partigiana.

Nello stesso pomeriggio del 6, un aereo da ricognizione tedesco, detto “Cicogna” sorvolò a lungo la zona dov’era acquartierata la banda partigiana: il candore della neve abbondantemente caduta nei giorni passati rendeva più facile l’identificazione degli obbiettivi. Il fatto mise in allarme le formazioni ma, all’alba

del giorno successivo una colonna di mezzi motorizzati tedeschi - cui si erano aggregati militari della Guardia Nazionale repubblicana – mosse da Cuorgnè in due direttrici: le rotabili Prascorsano-Pratiglione-Forno e Rivara-Forno, cui giunsero nonostante i tentativi di ostacolarne la marcia facendo saltare alcuni ponticelli in uno di questi tentativi perse la vita, colpito da fuoco nemico, il partigiano Lucianio Monzani, 20 anni, fratello del caduto Carlo Monzani, cui sarà intitolato il battaglione nel quale si trasformerà il “Gruppo Monte Soglio”.
Mentre nel paese, ormai accerchiato, tedeschi e fascisti perquisivano le case alla ricerca di partigiani e renitenti alla leva, gli uomini della banda prendono posizione secondo i dettami dell’arte militare: in linea frontale, vicino alla palazzina dei “Boiri”; sul lato verso Pratiglione la postazione di mitragliatrici comandata dal tenente Grassa (al suo fianco il tenente Conella, suo nipote) e sul canalone che dava su Cimapiasole, a destra, la postazione degli Slovacchi con armi leggere. Passò così la notte, con gli uomini tesi a spiare ogni pur minimo movimento sospetto, in attesa dell’attacco nemico che, puntualmente iniziò la mattina del giorno 8 con il martellamento dei mortai da 75/13 colpendo le due postazioni centrali e battendo con intenso fuoco di artiglieria tutta la zona intorno. I partigiani resistettero nelle postazioni fino a quando non ebbero visto che i tedeschi stavano per circondarli lungo i due canaloni laterali. Allora gli Slovacchi, divisi in due gruppi, partirono all’assalto alla baionetta ottenendo così l’arretramento del nemico e la sospensione del fuoco contrario per circa un’ora. La tregua si rompe quando, verso le 12, riprende il martellamento dei mortai verso le postazioni che ancora resistono.

Intanto i feriti e i numerosi disarmati vengono fatti ritirare verso la località “Colle del Bandito”, ancora libera dall’accerchiamento, dove trovano il soccorso della pur scarsa popolazione. Più tardi il tenente MIKI, comandante di una postazione centrale, dette l’ordine della ritirata ai suoi uomini: il ripiegamento avvenne, sprofondando nella neve fino alla cintola, verso Corio e Piano Audi: la resistenza continuava.
Verso le 17 la battaglia si concluse con il completo accerchiamento delle postazioni e la cattura di 18 superstiti che, in triste corteo, vennero portati nelle cantine del palazzo municipale dove furono ancora picchiati e torturati.

Nel pomeriggio del giorno successivo, 9 dicembre, gli operai vennero fatti uscire dalle fabbriche e incolonnati verso il cortile di quella che era, allora, la casa del fascio ed è oggi, sede del distretto sanitario e di alcune altre associazioni: dovevano assistere, come monito, alla punizione dei ribelli. In due gruppi di nove, i partigiani vennero fatti passare per il ristretto cancelletto che si apriva sul lato destro della casa del fascio e allineati davanti al plotone di esecuzione, cui volgevano le spalle, dovevano essere fucilati alla schiena. Così le loro vite vennero troncate. Verso sera i loro corpi vennero caricati su di un carro e portati al cimitero dove furono seppelliti in una fossa comune: i primi dieci sotto e, negli interstizi, gli altri otto, composti in senso contrario.

Sul luogo dell’eccidio una lapide ed un monumentino ricordano i nomi conosciuti dei fucilati: Bottini Sergio, Canella Francesco, Cerisio Tommaso, Della Torre Ermanno, Di Nardi, Donald Russel, Grassa Bartolomeo, Marino Nicolò, Milano Leopoldo, Morandini Camillo, Obert Domenico, Tasic Timeus, Toro Mario, Crectoria Piero ed un altro slovacco il cui nome è ignoto.

Erano caduti in combattimento, il giorno 7, Marietti Pietro, Monzani Luciano,e Vironda Gambin Francesco;
il giorno 8, Appino Antonio, Savero Papandrea, e due partigiani slovacchi di cui non si conoscono i nomi.

Per onorare la memoria di questi 25 caduti, tutti gli anni si svolge, l’8 dicembre, una manifestazione celebrativa.

Alcuni di essi sono ricordati anche nella toponomastica fornese: Carlo Monzani, Saverio Papandrea (medaglia d’oro), Francesco Cannella (medaglia d’argento), cosi’ come altri partigiani: Bernardo Castagneri (medaglia d’oro), Franco Osvaldo (medaglia d’argento) caduti in altri combattimenti.




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