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PREFAZIONE

Abbiamo ritenuto necessario presentare questa, sia pur modesta, pubblicazione avvalendoci della preziosa collaborazione di Laura Doglione (curatrice del libro “La guerra di Kira”) per tramandare la memoria degli eventi nefasti della seconda guerra mondiale e il ricordo dei caduti, civili e partigiani, del comune che allora comprendeva uniti Favria ed Oglianico, nella speranza che ciò che vi è narrato possa costituire un motivo di riflessione, oltre che per i contemporanei di quei fatti, anche e soprattutto per le nuove generazioni.

Questa libertà di cui oggi godiamo, la giustizia e la democrazia di cui beneficiamo, e la nostra costituzione repubblicana che, pur con tutti i loro limiti, costituiscono a tutt’oggi l’unica formula valida per il vivere civile, sono il risultato di vite come quelle narrate, vite sofferte e perdute; sono il frutto della resistenza ai soprusi, alle violenze, alle prepotenze che in tempi lontani hanno offeso e minacciato la nostra terra. La resistenza e la ribellione, attiva o passiva, della quasi totalità della popolazione ci hanno aperto la via della libertà e della democrazia, l’unica formula collaudata dal tempo per vivere in pace, salvaguardando la dignità individuale e collettiva nel rispetto dell’uno verso l’altro e nel progressivo miglioramento dei rapporti fra le comunità.

Occorre però che ognuno di noi stia in guardia perché il germe della dittatura, della speculazione economica esasperata, della prepotenza e dell’autoritarismo è sempre in agguato, pur presentandosi in forme ed aspetti diversi. Se, malcapitatamente, riuscisse a riprendere consistenza sareste nuovamente daccapo, con il rischio di nuove sofferenze e nuove vittime.

Non tradite voi stessi e tutti coloro che sacrificarono la loro gioventù, e in troppi casi la vita, per dare a noi ed a voi la possibilità di vivere in pace in un mondo civile, libero, giusto e democratico. Diffidate degli ignavi, dei “benpensanti” che si nascondono, che non hanno il coraggio di esprimere le proprie opinioni, che si adeguano sempre alla legge del più forte.

Coloro che hanno il coraggio civile di esprimere le proprie opinioni, anche se in contrasto con il “quieto vivere” dei cosiddetti “benpensanti”, sono il sale della democrazia, che è fatta di pluralismo, e non di appiattimento ed ubbidienza acritica ai potenti del momento.

A voi giovani la nostra raccomandazione calorosa, di studiare con profitto, di rendervi sempre conto di ciò che studiate, di ragionare sempre con la vostra testa e quando non capite qualcosa, chiedetevi e chiedetene le ragioni... non mollate sino a che non avete ben compreso.

Chi è dotato di maggiore conoscenza è meno facile ad essere ingannato. Consapevole delle sue scelte e nel condurre al meglio la propria vita è anche più rispettato dagli altri.

Auguri a tutti voi e, quando ve ne rammentate, portate un fiore sulle lapidi e sui monumenti che ricordano coloro che son stati meno fortunati di noi vecchi partigiani.

 25 aprile 1998

Martino Gatta Michelet*

*Della sezione ANPI Favria-Oglianico.

INTRODUZIONE

Quando la sezione ANPI di Favria-Oglianco mi ha invitata a collaborare alla stesura di questa breve memoria in ricordo dei loro caduti per la Resistenza,ho accettato molto volentieri.

I vecchi partigiani della sezione di Favria-Oglianico li conosco personalmente, quali persone meravigliose, un gruppo dotato di grande umanità ed energia, che non si è rinchiuso nei ricordi, ma ha saputo “vivere” l’unione data dall’esperienza comune della Resistenza trasformandola in uno “star bene insieme”, ritrovandosi non solo per discutere delle iniziative e delle manifestazioni ma anche per scambiare quattro chiacchiere, bere un bicchiere, partecipare delle vicende tristi e liete dei compagni e delle loro famiglie.  Sono persone che non si sono irrigidite nella “veglia al passato”, ma hanno saputo trasmettere i loro valori collegandosi con le diverse generazioni, creandosi amicizie e appoggio nel mondo giovanile, dando impulso ad un’Associazione Canavesana per i valori della Resistenza, coinvolgendo uomini e donne di ogni età e organizzando con loro tante e tante iniziative di insegnamento e di approfondimento sociale e storico.

Si è trattato, per me, di un intenso coinvolgimento emotivo, perché leggendo le biografie dei caduti, e la documentazione che l’ANPI mi ha fornito, ho ritrovato nomi di partigiani che furono compagni ed amici di mia madre, e che lei tante volte aveva nominato raccontandomi i suoi venti mesi di collaborazione con le formazioni partigiane nel Canavese... Nomi già uditi pronunciare con affetto, a volte con allegria nel ricordare un episodio, un aneddoto tratto dai risvolti più umani della loro difficile avventura, e poi sempre alla fine con profonda tristezza, e dolore. Lo stesso dolore,la stessa affettuosa partecipazione che ho provato rivivendo le loro storie.

Ritenevo inoltre importante tramandare una testimonianza storica, così profondamente umana e radicata nella nostra terra, alle generazioni più giovani che spesso ignorano una delle pagine più popolari, vissute in prima persona dalla nostra gente, della storia di questo secolo in Canavese.

Laura Doglione

Di cento paesi, di tutti i paesi canavesani, uno.

Emblematico, ma non unico, nè il migliore.

Soltanto un esempio di come qualunque paese, e borgata, e città, divennero in quegli anni d’emergenza terra di battaglia, e i loro cittadini involontari eroi.

AI CADUTI DI FAVRIA-OGLIANICO

per la Resistenza

Nati in queste campagne, caduti per difenderle,

o venuti da lontano, dispersi dal caso o dal destino, capitati a morire sulla nostra terra

che divenne così anche la loro,

dormono,

sotto l’arco delle montagne che dalla piana, nelle sere estive, appaiono azzurre e orlate di luce.

Dormono in piccoli cimiteri di campagna, campi di croci bianche silenziosi e raccolti, da cui l’arco

delle montagne si scorge, netto contro il sereno, come un ricordo.

Sono ragazzi di vent’anni, vent’anni per sempre,

che rinunciarono alle carezze e ai baci,

e uomini che nascosero nel cuore il rimpianto di una casa, di una donna, dei figli,

per scontrarsi con la più dura delle necessità.

Combattere e morire, perché non si dovesse più morire di guerra e d’ingiustizia.

Restano i loro nomi, incisi sulle lapidi che il tempo corrode. Nomi semplici, antichi...

Antonio e Pietro, uccisi appena ragazzi, caduti con le armi in pugno in quei prati, sotto quel cielo che li avevano visti crescere.

Primo e Giovanni, uomini adulti e responsabili di altri uomini, morti nel tentativo di difendere il resto del gruppo dal pericolo di un rastrellamento.

Natale, Elio, Giacomo. Un commerciante, uno studente, un contadino. Usciti di casa una mattina per non più tornare. I primi due inseguiti come selvaggina, uccisi a raffiche di mitra da cacciatori di uomini. Il terzo fucilato senza motivo ai bordi della strada, sotto gli occhi di decine di giovani catturati nelle cascine per essere deportati.

Domenico, Luigi, Giuseppe. Andati incontro a un treno, una mattina di settembre, a fermare un carico di armi destinate al nemico. Fieri dei loro vent’anni, e d’esser stati scelti insieme a dodici compagni per un’azione importante e rischiosa. Un settembre, un treno. Per loro, l’ultimo treno.

E Domenico Carlo, e Bartolomeo Lenin, e Antonio, sopravvissuti alla durezza degli inverni e al fuoco dei nemici, traditi da una spiata in una notte di maggio. Sorpresi nel sonno e falciati da una raffica prima d’avere il tempo di afferrare un’arma, trascinati nella polvere, finiti come cani.

E Renato, Giorgio, Aldo e Leo catturati durante un rastrellamento a Rivarolo e fucilati al Colle Braida, nel fiore degli anni.

E Gianni, che piazzava la mitragliatrice sulla cima del campanile, e di là sparava sui tedeschi, scendendo poi lungo la fune campanaria un attimo prima che una raffica la tranciasse; Gianni che aveva superato una guerra e innumerevoli rischi, e sarebbe andato a morire proprio l’ultimo giorno per una sorte beffarda, cadendo da uno dei camion che, carichi di partigiani, si avviavano alla battaglia decisiva che avrebbe liberato Torino.

Civili, Garibaldini, Giustizia e Libertà, Matteotti, Autonomi.

Giovani, e meno giovani.

Di ogni estrazione sociale, e con un unico ideale nel cuore.

Sono morti perché questa nostra vita fosse bella.

Perché della vita amavano la bellezza, e nessuno meglio di loro l’avrebbe saputa cogliere, se fosse loro stato concesso.

 

ANTONIO APPINO partigiano

nato a Favria il 5 agosto 1924 da Domenico e Anna Massa Trucat.

Orfano di madre all’età di otto anni, lavorava giovanissimo come meccanico al’officina Tournour di Favria, e a diciassette anni si arruola volontario nel Corpo dei Vigili del fuoco di Torino.

Chiamato alle armi in fanteria, l’otto settembre torna a casa e, ricercato dai carabinieri per renitenza alla leva,piuttosto che arruolarsi nelle truppe di Salò sale in montagna e si unisce al gruppo partigiano “Monte Soglio”, operante nella zona di Forno sotto il comando di Nicola Prospero, e inquadrato nella IV Divisione Garibaldi.

L’otto dicembre 1943 cade combattendo sul Monte Soglio, colpito da un proiettile in fronte.

A diciannove anni.

NATALE BOGGERO civile

nato a Rivarolo il 21 luglio 1904 da Luigi e Maria De Maria.

Sposato con Natalina Fresia di Oglianico, residente ad Agliè, commerciante ambulante, da sempre antifascista, collabora con i partigiani delle Matteotti, Brigata “Italo Rossi”.

Ricercato dai fascisti del luogo, deve trasferirsi ad Oglianico presso un nipote.

Il 1° maggio 1944, durante un improvviso rastrellamento dei fascisti, mentre fugge attraverso le vigne con il nipote e altri giovani per evitare la deportazione in Germania, si ferma a raccogliere gli occhiali caduti. Viene raggiunto da una raffica che lo uccide.

A quarant’anni.

SANTA MARIA DI AGLIE’

 

In una cascina della frazione Santa Maria di Agliè, nella primavera del ‘44, si costituì un centro di raccolta di militari sbandati e di giovani renitenti alla leva fascista, per inquadrarli nelle formazioni partigiane, sotto l’egida della VI Brigata “Giustizia e Libertà”.

Verso le cinque del mattino del 3 maggio 1944, in seguito alla segnalazione di una spia, un numeroso contingente di Moschettieri delle Alpi (formazione militare della repubblica fascista di Salò) si diresse verso la cascina in cui alloggiava circa una trentina di partigiani.

Circondati, colti di sorpresa, inferiori per numero e scarsamente armati, i partigiani tentarono di ripiegare sulla collina per disperdersi nei boschi circostanti, approfittando dell’oscurità ancora fonda.

Nonostante un gruppo di loro si attestasse all’ingresso del cortile, sparando il più a lungo possibile per coprire la ritirata dei compagni, quattro partigiani non fecero in tempo a mettersi in salvo.

Nello scontro a fuoco con i fascisti rimasero colpiti:

Domenico Carlo Cattaneo di anni 19 di Favria

Aldo Rogliardo di anni 20 di Nole Canavese

Bartolomeo Lenin Sormano di anni 23 di Favria

Antonio Valosio di anni 22 di Favria

Caddero feriti, impossibilitati a combattere.

Ma un nemico inerme non costituiva agli occhi dei fascisti motivo di pietà, nè di rispetto.

Anzi, esaltava maggiormente in loro il gusto di accanirsi su chi più non poteva difendersi.

I partigiani feriti vennero finiti chi a colpi di baionetta, chi con il calcio dei moschetti.

I fascisti infierirono con inaudita ferocia sui loro poveri corpi, lasciando sul posto dei cadaveri sfigurati.

DOMENICO CARLO CATTANEO partigiano

nato a Favria il 13 agosto 1924 da Domenico e Teresa Battuello.

Comincia a lavorare giovanissimo a Rivarolo, prima come tintore, poi come contometrista al cotonificio Vallesusa. A diciassette anni si arruola volontario nei Vigili del fuoco di Torino.

Chiamato alle armi nel 1943, arruolato nel Battaglione San Marco prima a Pola, poi a La Spezia e in seguito a Castellammare di Stabia, dopo l’otto settembre riesce a tornare a casa, e decide di andare partigiano nella VI Divisione Alpina Giustizia e Libertà - 1° Brigata “De Palo”.

All’alba del 3 maggio 1944, in una cascina di S. Maria di Agliè dove pernottava con il proprio distaccamento, viene ferito dai fascisti che salgono alla frazione grazie ad una spiata.

E’ finito con il calcio dei fucili, sul terreno del cortile.

A diciannove anni.

BARTOLOMEO LENIN SORMANO partigiano

nato a Favria il 1° gennaio 1921 da Giovanni e Maria Gambotto.

Meccanico in un’officina di Favria, chiamato alle armi in fanteria,l’otto settembre si trova in licenza, e ne approfitta per arruolarsi nelle formazioni partigiane della VI Divisione Alpina G.L.

All’alba del 3 maggio 1944, in una cascina di S. Maria di Agliè dove pernottava con il proprio distaccamento, viene ferito dai fascisti che salgono alla frazione grazie ad una spiata.

Trascinato sulla strada, gli vengono prima spezzate le gambe, ed è poi finito con un colpo di pistola al cuore.

A ventitré anni.

ANTONIO VALOSIO partigiano

nato a Favria il 21 settembre 1922 da Giovanni Battista e Domenica Costantino.

a Favria come fucinatore nella ditta Bersano e Data.

Chiamato alle armi nel 1941, alla data dell'otto settembre si trova in licenza di convalescenza.

Invece di rientrare in caserma, si arruola partigiano nella VI Divisione Alpina G.L.

All’alba del 3 maggio 1944, in una cascina di S.Maria di Agliè dove pernottava con il proprio distaccamento, viene ferito dai fascisti che salgono alla frazione grazie ad una spiata.

E’ finito a pugnalate.

A ventidue anni.

I FUCILATI AL COLLE BRAIDA DI VALGIOIE

Nei primi di maggio del 1944, Renato COTTINI di  anni 23 (scultore), Giorgio MARASSO di anni 22, (lattoniere), Aldo Felice PERINO di anni 21 (meccanico) e Leo REMOGNA di anni 28 (calzolaio) reduci da un rastrellamento nelle montagne di Alpette, dopo aver preso contatto con la VI divisione alpina G.L. (comandata da Bellandi) rimangono alcuni giorni alla macchia presso la cascina Moia di Favria e conducono azioni di approvvigionamento di viveri vari al gruppo partigiano G.L. di stanza in quel di Canischio.

Nella sera dell’11 maggio 1944 partono su un furgoncino per compiere un’ultima missione a San Giorgio per portare una mitragliatrice in riparazione ed approvvigionarsi di carburante.

Giunti a Rivarolo, si imbattono improvvisamente in un posto di blocco fascista, dove vennero arrestati e condotti nelle carceri di Ivrea.

Risultò inutile l’immediato intervento del commissario politico, professor Severino,       sfollato a Favria, prontamente avvertito, presso il comando di divisione G.L. per provvedere subito ad uno scambio di prigionieri.

I quattro partigiani dalle carceri di Ivrea, furono trasferiti alle carceri “Nuove” di Torino da dove il 26 maggio 1944 vennero prelevati con altri 41 ostaggi e fucilati il 26 maggio 1944 al Colle Braida presso Valgioie di Giaveno.

Siamo riusciti ad avere solo una fotografia di Renato COTTINI, comandante del gruppo ed informazioni presso il distretto militare di Torino e presso l’istituto storico della           Resistenza di Torino.

A Renato COTTINI venne intitolato il secondo Liceo artistico di Torino con sede in via Castelgomberto n° 20 e via Don Grioli, n°43.

RENATO COTTINI di Oreste e Anna  CORA

Nato a Torino il 30-5-1921

Residente a Torino in Corso Vittorio Emanuele II

Professione scultore.

Sergente di fanteria, allievo ufficiale.

Dal 1° aprile 1944 partigiano della VI Divisione G.L.

Caduto il 26 maggio 1944 al Colle Braida, Valgioie di Giaveno.

GIORGIO MARASSO di Rosa MARASSO

Nato a Torino il 20 gennaio 1922

Residente a Torino in via Polonghieri, n°6

Professione lattoniere

Soldato in artiglieria

Dal 20 gennaio 1944 partigiano della banda Belbo

Dal 1° febbraio 1944 partigiano del gruppo Titala

Dal 1° maggio 1944 partigiano della VI Divisione G.L.

Caduto il 26 maggio 1944 al Colle Braida, Valgioie di Giaveno.

ALDO FELICE PERINO di Gaspare e Maria FEA

Nato a Torino il 11 luglio 1923

Residente a Torino in via Sparone, n° 2

Professione meccanico

Soldato del 6° reggimento bersaglieri

Dal 18 febbraio 1944 partigiano della 11^ divisione Garibaldi

Dal 7 marzo 1944 partigiano della 49^ brigata Garibaldi

Dal 3 maggio 1944 partigiano della VI Divisione G.L.

Caduto il 26 maggio 1944 al Colle Braida, Valgioie di Giaveno.

LEO REMOGNA  di Elena REMOGNA

Nato a Torino il 7 giugno 1916

Residente a Torino in via Avet, n° 8 e /o Corso Giulio Cesare, n° 51

Professione calzolaio

Espulso dall’esercizio perché condannato a 6 anni e 9 mesi di reclusione per correità in associazione a delinquere di furti dal tribunale di Torino con sentenza in data 15 novembre 1937.

Dal 24 marzo 1944 partigiano della II e IV divisione Garibaldi.

Caduto il 26 maggio 1944 al Colle Braida, Valgioie di Giaveno.

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Dalla GAZZETTA DEL POPOLO di Venerdì 12 maggio 1944, in un fondo di prima

pagina si poteva leggere il seguente articolo:

Importante aliquota

di ribelli catturata

dai Moschettieri delle Alpi

Aosta, 11 maggio

Un reparto del battaglione Moschettieri delle Alpi, spintosi a Rivarolo Canavese, ha operato la cattura di un importante aliquota di ribelli.

Durante il corso delle operazioni è stato catturato Bosio Giovanni, chiamato “Gianni il tirolese”, il quale era a capo della polizia segreta delle organizzazioni dei ribelli. Assieme al Bosio è stato catturato lo studente Renato Cottini, ufficiale di una banda di comunisti che operava con atti terroristici. I catturati sono diversi. Durante questa operazione è stato pure trovato un quantitativo elevato di armi e munizioni, nonché generi alimentari vari.

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